Ci sono due fatti di cronaca delle ultime settimane che la stampa, ma soprattutto la televisione di stato e non, stanno cavalcando in nome del proibizionismo più cieco e irragionevole.
Il primo riguarda quel ragazzo che, dopo aver fumato uno “spinello” – un nome, quello sì allucinante, ma quando lo capiranno che solo i “matusa”, per dirla con Elio e Le Storie Tese, lo chiamano così? – secondo quanto riferiscono i resoconti sarebbe morto in classe, apparentemente per un taglio errato contenente del crack.
Nel secondo caso invece si tratterebbe di un atto di assoluta incoscienza, anzi criminale, di un autista di autobus che prima di trasportare decine di bambini ha ben pensato di farsi con un po’ di hashish o marijuana; la gravità del fatto è palese. Qui, come dovrebbe accadere con l’assunzione di altre sostanze che alterino le sensazioni corporee, vedi la voce alcol, la nostra pietà dovrebbe essere nulla, tanto meno se c’erano di mezzo fanciulli, due dei quali morti, e altri ancora feriti nel ribaltamento della vettura. Peccato che si taccia sistematicamente sulle migliaia di morti sulle strade per “alcolicidio” e si monti un caso spropositato su un caso tanto grave quanto quello di altre migliaia annualmente. E se qualcuno dovesse perbenisticamente rispondermi “e ma lì si trattava di droga”, allora gli chiederei con tutta onestà in quali condizioni sia un uomo con due bottiglie di vino nello stomaco e nel sangue se non in quelle di un vero e proprio “drogato”.
Ritornando al primo caso, mi ha illuminato un intervento di Marco Pannella in una scuola romana autogestita risalente al ’93, riproposta qualche sera passata – ringrazio, in quanto insonne, RadioRadicale per la trasmissione notturna con materiale d’archivio. Come si fa a dire, come ho ascoltato nel rotocalco “10 minuti” del tg2, che “i nuovi fatti di cronaca darebbero ragione a i più restrittivi (cioè ai proibizionisti, ndr)”?. Come se oggi, e da ahimé più di un anno, non avessimo una legislazione la più “restrittiva” degli ultimi vent’anni in Italia e tra le più assurde di tutta Europa – la equiparazione di tutte le “sostanze stupefacenti” introdotta con la legge Fini-Giovanardi è da paese fondamentalista, del terzo mondo. Come se avessimo, anche per qualche giorno, permesso l’apertura dei civilissimi coffee shop alla olandese con relative regolamentazioni e controlli del caso, come avviene per qualsiasi altro prodotto alimentare, affinché sia garantita la salute del cittadino/consumatore – che mai avrebbero lasciato che un pezzo di hashish rimanesse contaminato con del crack, come avvenuto con il caso di Miliano. Nulla di tutto ciò, e il fallimento di questa ulteriore prova di forza delle armate della proibizione è sotto gli occhi di tutti: tra le labbra di quei tre milioni di italiani che consumano droghe leggere e continueranno a farlo, nei vicoli delle nostre città in cui prospera l’unica attività che non vede né crisi né stagnazioni, ovvero il mercato nerissimo dello spaccio sostenuto e finanziato dalle grandi organizzazioni criminali così come sui marciapiedi infestati di siringhe insanguinate – attenzione a non abbassare la guardia col fenomeno eroina, dato troppo presto per vinto.
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Scritto da Antonio Di Bartolomeo alle 16:14, in Interventi
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