A proposito di Capitini…Nonviolenza, l’alternativa praticabile
Organizzato dalle Associazioni radicali di Perugia e di Terni, dall’Associazione Liberaleidee e dal Movimento Nonviolento di Perugia si è svolto oggi l’incontro A proposito di Capitini…Nonviolenza, l’alternativa praticabile. L’occasione è stata data dal quarantesimo anniversario dalla scoparsa del pensatore perugino, tenace assertore della nonviolenza. L’iniziativa, è stato sottolineato dai relatori, non ha inteso contrapporsi alle manifestazoni ufficiali promosse dalle istituzioni locali, ma è scaturita dalla necessità di richiamare l’attenzione sulla centralità e sull’attività della nonviolenza come strumento di azione
politica nella costruzione di una società aperta. Nel convegno, interamente registrato da Radio Radicale, e che si può riascoltare cliccando qui, sono state molte le testimonianze di protagonisti delle iniziative politiche nonviolente accanto ad Aldo Capitini. Sono intervenuti: Franco Bozzi, Alarico Mariani Marini, Nazzareno Duili, Francesco Pullia, Tommaso Ciacca, Andrea Maori, Gianfranco Spadaccia, Bruno Mellano. Nei commenti gli interventi di Bozzi e di Maori
















Intervento di Bozzi al convegno
Il quarantennale della morte di Aldo Capitini fornisce un’occasione preziosa per riflettere su un magistero civile ricco di suggestioni a dispetto – o forse a causa – della sua singolarità, e per indagare su una esperienza pedagogica e politica che si colloca a cavallo della seconda guerra mondiale, e dunque in un mondo assai diverso dal nostro, dominato com’era dai totalitarismi, dalla contrapposizione fra blocchi, dalla paura della catastrofe nucleare. Perugia ha già cominciato quest’opera di recupero memoriale con un convegno di studio promosso da alcuni discepoli del filosofo, nella Facoltà universitaria che fu sua. Ora si annunciano altre iniziative, fra cui quella della Regione dell’Umbria, che ha preannunciato la costituzione di un apposito comitato, coordinato da un burocrate (pensate al Capitini anti-istituzionale!) e comprendente Flavio Lotti, ma non il sottoscritto (che su Capitini ha pubblicato articoli su “Mondoperaio” e “Filosofia e società”, ha parlato al Vieusseux e a vari convegni di studio) o Alarico Mariani Marini (autore di un libro intenso e documentatissimo sul pacifismo e l’antimilitarismo degli anni cinquanta e sessanta, il caso Pinna e l’obiezione di coscienza). Oltre tutto, noi due fummo nel comitato che organizzò la Marcia della Pace del ‘61, e ne avremmo avute di cose da raccontare.
Per esempio: i democristiani non vollero partecipare alla Marcia (e questo è risaputo) per la contemporanea presenza del PCI. Né Capitini era ben visto dalla Chiesa locale, con la quale anzi era in dura polemica (aveva infatti chiesto di essere cancellato dal registro dei battezzati). Ricordo di aver letto, all’ingresso della Cattedrale, un cartello che metteva in guardia i fedeli dal frequentare il suo Centro di Orientamento Religioso. Quanto ai comunisti, Capitini volle fortemente la loro partecipazione, ben sapendo che senza la capacità mobilitativa di quel partito e delle numerose organizzazioni ad esso collaterali, la manifestazione rischiava di fallire. Ma quanta fatica a trattare con loro! Per le riunioni del comitato era stato designato Romeo Sisani, persona onesta e garbata ma di ruolo secondario. Quando si arrivò a stilare la mozione conclusiva, egli non se la sentì di dare il proprio assenso, e di impegnare il partito. Era l’epoca in cui la linea politica era dettata quotidianamente dal Bottegone. Intervenne allora Gino Galli, segretario di federazione; fu tolta o smussata ogni frase che potesse suonare anche lontanamente come una critica all’URSS. Non bastava ancora, Galli voleva prender tempo per sottoporre la mozione al comitato centrale. E fu proprio Mariani Marini a sbottare che non se ne poteva più di quelle tergiversazioni, e ad imporre la chiusura della discussione. All’esterno, naturalmente, i comunisti si accreditarono come i più convinti sostenitori della Marcia, e inviarono Andrea Gaggero (un ex deportato, esponente di stretta osservanza sovietica) con il quale tenni un comizio preparatorio in Porta Sant’Angelo.
Due giorni dopo la scomparsa di Capitini, avvenuta il 19 ottobre 1968, Pietro Nenni annotava nel suo Diario: “Era una eccezionale figura di studioso. Fautore della nonviolenza, era disponibile per ogni causa di libertà e di giustizia […] Mi dice Pietro Longo che a Perugia era isolato e considerato stravagante. C’è sempre una punta di stravaganza ad andare contro corrente, e Aldo Capitini era andato contro corrente all’epoca del fascismo e di nuovo nell’epoca post-fascista. Forse troppo per una sola vita umana, ma bello”. Il giudizio del leader socialista, primo fra i capi-partito dell’epoca ad aderire alla Marcia della Pace, è di rara efficacia nella sua sinteticità. Quell’endiadi di libertà e giustizia rimanda alla stagione del «Quarto Stato», che Nenni in esilio durante gli anni della dittatura diresse con Carlo Rosselli (il fondatore, appunto, di Giustizia e Libertà) e coglie esattamente la radice del pensiero capitiniano, che va rintracciata nella democrazia mazziniana, nell’azionismo di derivazione risorgimentale, e in un socialismo liberale e libertario cui il Nostro, assieme a Guido Calogero – ma occorre ricordare il contributo di altri perugini, quali Walter Binni, Alberto Apponi, Luigi Catanelli – dette il nome di liberalsocialismo. A Roma, presso la Fondazione Nenni, si conserva la corrispondenza che il segretario del PSI, padre della Repubblica, ebbe con Capitini e Binni su temi alti quali la pace, l’obiezione di coscienza, la laicità dello Stato. Come si declinano tali temi nello stato presente?
Analizziamoli punto per punto. La Marcia della Pace Perugia-Assisi promossa da Capitini ebbe luogo il 24 settembre 1961. Essa fu la prima manifestazione del genere in Italia, e dette l’abbrivio ad una serie ininterrotta di eventi similari. Oggi don Remo Bistoni ne attribuisce l’idea a monsignor Rosa, arcivescovo di Perugia durante il regime fascista, e la Guida del Touring la data al 1986, confondendola (volutamente?) con l’incontro interreligioso indetto nella città serafica da papa Woitjla. Naturalmente nessun argomento, e meno che mai la pace, può essere monopolio di un unico pensiero: ma la Marcia capitiniana fu cosa diversa da una processione o da una giornata di preghiera (dico, non migliore o peggiore: diversa). Le sue fonti di ispirazione sono semmai, come altra volta ho indicato, la Marcia del Sale di Gandhi, le veglie e i sit-in di Bertrand Russel, il “pellegrinaggio nonviolento” di Martin Luther King contro la discriminazione razziale, i cortei di protesta di Jean Paul Sartre e dei suoi amici esistenzialisti contro la repressione in Algeria. Si era, in quel momento, all’acme della guerra fredda (in estate era stato eretto il muro di Berlino, l’anno successivo sarebbe esplosa la crisi dei missili a Cuba) e incombeva la minaccia dell’olocausto nucleare. Fu giusto manifestare per richiamare i governanti alle loro immani responsabilità; fu irresponsabile chiedere il disarmo unilaterale, che ci avrebbe trasformato, secondo le parole dello stesso Capitini, nel popolo-Cristo vocato a salvare l’umanità (i comunisti, più concretamente, si sarebbero accontentati di salvare l’URSS). Echi lontani, di cui nulla è sopravvissuto nella stanca liturgia delle marce attuali, opera, se è lecito parafrasare Lenin, di quei “pacifisti di professione” che bruciano le bandiere americane, indossano la kefiah dell’intifada, e sfilano con la maglietta del Che. Per questo, dopo l’attentato alle Torri Gemelle (attribuito dalla sinistra estrema non già alla rete dell’islamismo fanatico, ma ad oscuri disegni della CIA e del Mossad), in contemporanea con una edizione della marcia mi sono recato con pochi compagni socialisti e radicali al cimitero inglese di Rivotorto, per rendere omaggio a quei soldati che, col sacrificio della vita, hanno reso possibile anche questa esibizione di confusionarismo mentale.
La nonviolenza. Dal suo primo libro alle sue ultime lettere, Capitini si presentò come il filosofo della nonviolenza – con i suoi corollari: non mentire, non collaborare, non opprimere, non offendere nemmeno gli avversari – ed elesse a suo modello Gandhi (sessant’anni dalla morte, altro anniversario tondo). Io ebbi modo di dirgli, con tutto il riguardo dovuto da un giovane universitario verso una così riconosciuta autorità morale, che non mi convinceva affatto la rinuncia a mezzi di difesa armata nei confronti di un possibile aggressore; e ricordo un colloquio a tre, presente Pinna, sull’efficacia e la temporalità delle diverse strategie di lotta. Che il Mahatma fosse riuscito ad ottenere l’indipendenza dell’India con gli strumenti del satyagraha (la nonviolenza divenuta, da esperienza individuale, abito di intere moltitudini) è un fatto, ma il motivo del successo è racchiuso in una battuta pronunciata da Ben Kingsley, interprete di Gandhi nel bellissimo film a lui dedicato: “voi inglesi – cito a memoria – sarete costretti ad andarvene, perché centomila stranieri non possono tenere in soggezione trecentocinquanta milioni di autoctoni, se questi non lo vogliono”. Una situazione dunque irriproducibile, con una infima minoranza di conquistatori che aveva perduto il consenso del popolo conquistato, e per di più era impacciata da scrupoli giuridici e costituzionali: quelli che non ebbero, per citare un caso, i nazisti nei confronti degli studenti della Rosa Bianca, spediti dritti al patibolo. Gandhi poi morì per mano di un fanatico indù, e i due Stati che nacquero dalla sua azione – l’India e il Pakistan – si premurarono di costruire la bomba atomica. Lo scacco non scalfì minimamente la fede nonviolenta di Capitini, che nel ‘67, alla vigilia della guerra dei sei giorni, ebbe questa bella pensata: gli israeliani non avrebbero dovuto opporsi con le armi agli eserciti invasori, ma avrebbero dovuto fronteggiarli soltanto con forme di resistenza passiva. Se tale proposta fosse stata accolta, non staremmo oggi a lambiccarci su come risolvere la questione medio-orientale: Israele sarebbe cancellata, gli ebrei riposerebbero sotto terra, e la Palestina costituirebbe non uno Stato (ciò che non fu mai) ma una provincia della nazione araba, come un tempo dell’Impero Ottomano.
L’obiezione di coscienza. In termini generali possiamo definirla come il rifiuto, motivato da insuperabili ragioni etiche o religiose, ad obbedire ad una legge ritenuta ingiusta. “Tuttavia il significato comune – annotava Capitini – è ristretto alla disobbedienza che vien fatta alla legge che impone di portare armi, di preparare o prepararsi alla guerra e di eseguirla nelle varie sue forme”. Il piccolo cenacolo capitiniano annoverava fra i più assidui frequentatori Pietro Pinna, primo fra gli obiettori italiani ad aver ottenuto (oltre che il carcere) adeguata risonanza per il suo rifiuto di indossare la divisa. In una recente intervista, che si può leggere in rete, egli ribadisce le sue convinzioni: abolizione degli eserciti, disarmo unilaterale ecc. Storicamente l’obiezione affonda le proprie radici nel rifiuto della guerra e del servizio militare, che rappresenta tanta parte della cultura del movimento operaio, e che anch’io ho avuto modo di illustrare nella mia Storia del Partito Socialista in Umbria. I mostri prodotti dal nazionalismo e dal militarismo – Bava Beccaris, le decimazioni dopo Caporetto, i campi di sterminio e i gulag – sono ben ampiamente noti per doverli qui ripetere. Contro il riprodursi di tali mostri (e seguendo il monito di Brecht; “il grembo da cui nacque è ancora fecondo) si sviluppò nella prima metà degli anni sessanta un forte movimento, di cui sono testimonianze il film “Non uccidere” di Claude Autant-Lara, la polemica di fuoco fra don Milani e i cappellani militari, la rappresentazione antimilitarista “Bella ciao” del Nuovo Canzoniere Italiano al Festival di Spoleto.
L’isolamento. Vero, Capitini era e si sentiva un isolato. Ma l’isolamento se lo era anche cercato. Non aveva mai voluto aderire a nessun partito, nemmeno a quello che gli era ideologicamente più vicino, il Partito d’Azione. È noto l’episodio accaduto durante il congresso costitutivo di quel partito a Firenze. Capitini vi era recato con degli amici, ma restò in anticamera, senza decidersi ad entrare nella sala del congresso. A Perugia ebbe uno straordinario successo nell’immediato dopoguerra, con la stagione dei COS. Ma quando furono indette le prime libere elezioni, la sua pretesa di volere assoggettare le scelte degli amministratori agli umori delle assemblee trovò una netta opposizione da parte degli eletti (e per una volta furono d’accordo socialista, comunisti e democristiani), che si facevano scudo del suffragio ricevuto. Nel pensiero di Capitini i COS avrebbero dovuto essere l’evoluzione dei CLN. Ma la stagione ciellenistica si era conclusa, e come in tutte le rivoluzioni alla fase aurorale dell’assemblearismo (esaltata anche da Hannah Arendt) subentrava il potere degli apparati di partito.
Le stravaganze. Qui è interessante notare che ciò che mezzo secolo fa sembrava bizzarro, inusuale, eccentrico, oggi rientra in un normale e accettato stile di vita, quando addirittura non sia diventato moda o tendenza culturale. Prendiamo l’esempio forse più eclatante, il vegetarianesimo. Scrive Capitini: “per oppormi alle guerre che Mussolini preparava, presi la decisione vegetariana, nella convinzione che il risparmio delle vite di subumani inducesse al rifiuto di uccidere esseri umani”. Fosse vero! Fu rigorosamente vegetariano il menu fatto predisporre da Hitler per Röhm e le sue SA, prima che le SS si scatenassero nella notte dei lunghi coltelli. E se il “duce” sermoneggiava che avrebbero avuto un futuro solo i popoli bevitori d’acqua, e non vino o di birra, la sua astemia non gli impedì di aggredire l’Etiopia, né di precipitare l’Italia nel conflitto mondiale. Ma i dettami del politically correct vogliono convertirci tutti al vegetarianesimo, e meglio ancora al veganismo, che spingendosi oltre Capitini rifiuta ogni prodotto di derivazione animale, sia nell’alimentazione che nel vestiario. Per la mia formazione sui testi del realismo politico io sono del tutto alieno da una logica di pura testimonianza.
In conclusione io ritengo che il quarantennale capitininiano dovrebbe essere un esame spassionato di ciò che è vivo e di ciò che è morto – per usare un’espressione crociana – del magistero di questo illustre nostro concittadino. Se invece esso si riducesse ad una pura celebrazione, o alla ripetizione di temi che il tempo e l’esperienza hanno dimostrato consunti, il mio consiglio sarebbe quello di lasciar perdere.
Scritto da Lallino, il 1 Ottobre, 2008 at 22:22
Spunti su “Noncollaborazione, liberalismo e democrazia”
di Andrea Maori
Come è noto Aldo Capitini è stato forse il primo divulgatore delle idee gandhiane in Italia. Vorrei prendere lo spunto da un suo libro che io ho trovato centrale e che costituisce la base di questa breve comunicazione.
Si tratta delle “Tecniche della nonviolenza” uscito nel 1967, libro che in modo semplice ma profondo fornisce delle indicazioni molto chiare sull’uso politico della nonviolenza, in relazione anche alle lotte sociali degli anni ’60.
Dopo il buon esito della marcia Perugia – Assisi, la vasta risonanza nel paese, le promesse suscitate, occorreva dare maggior continuità al lavoro per la pace e la nonviolenza. Capitini fonda allora il Movimento Nonviolento per la pace e, nell’aprile 1962, chiede a Pietro Pinna di raggiungerlo a Peruga per collaborare a questa impresa, che li accomunerà per il resto della vita.
Nel 1962 pubblica il libro La nonviolenza oggi. In maggio, a Firenze, aveva tenuto una relazione su “Disarmo e politica della nonviolenza” al convegno nazionale sui problemi del disarmo. L’anno successivo, a Perugia, organizza un seminario su Le Tecniche della nonviolenza, che darà poi il titolo al libro.
Questo libro è stato uno dei primi – a larga diffusione - di tutta una pubblicistica che si è diffusa in Occidente dagli anni ’70 in poi.
In Italia non bisogna dimenticare il ruolo importante della rivista Azione Nonviolenta fondata da Capitini nel 1964 dove per anni in modo instancabile si prosegue l’opera di diffusione e di informazione delle tecniche.
In particolare, vorrei soffermarmi su quanto Capitini scrive sulla noncollaborazione e sulla disobbedienza civile.
“La nonviolenza – dice Capitini - è la valorizzazione dell’individuo, nei due significati: per il rispetto e l’affetto all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni individuo; per il suscitamento delle energie profonde in ogni individuo, anche modesto, anche fisicamente insufficiente e socialmente insignificante, che, con il metodo nonviolento, può dare, invece, un contributo prezioso.”
Già queste parole ci riportano al liberalismo e alla democrazia intesi come valorizzatori dei diritti individuali e della tutela dell’individuo rispetto ai soprusi dello stato o di qualsiasi altra istituzione.
“La noncollaborazione può infatti effettuarsi nei riguardi di altre persone o nei riguardi di un’autorità, di un’istituzione, di una legge, nel qual caso viene ad essere disobbedienza civile” – scrive Capitini.
L’uso delle tecniche di disobbedienza civile nella lotta politica vuol dire usare gli strumenti del dialogo con l’avversario, della persuasione e dell’informazione corretta: vale a dire la lotta politica nonviolenta diventa moltiplicatrice delle potenzialità dei principi liberali e democratici. Continua Capitini: “L’iniziativa di informare gli altri è anche un riconoscimento del valore che viene attribuito al diritto democratico della libertà di comunicazione, di informazione e di associazione”.
La nonviolenza, le tecniche usate nella lotta politica nonviolenta, gli obiettivi dei movimenti nonviolenti sono quindi strettamente legati allo sviluppo democratico di una società.
Prendiamo per esempio il caso dell’obiezione di coscienza, del suo riconoscimento culturale e legislativo che hanno visto in Capitini un instancabile promotore di iniziative.
Tralascio il discorso sulla differenza in senso stretto con la disobbedienza civile che ci porterebbe lontano, accenno soltanto al fatto che, a mio avviso, la tutela dell’obiezione di coscienza è una spia indicatrice del grado di democratizzazione di uno stato perché questa tutela diventa conseguenza del riconoscimento dei diritti fondamentali dell’individuo.
Nella tutela dell’obiezione di coscienza è sottolineata l’intima connessione esistente tra il diritto alla libertà religiosa, il diritto alla libertà di pensiero, quindi all’affermazione di un pieno diritto civile.
Le lotte degli obiettori fino a tutti gli anni ’70 si sono incentrate proprio sulla affermazione di questi principi.
In Europa il processo di riconoscimento non è stato, ovviamente, simile in tutti i paesi. In prima approssimazione, possiamo affermare che i paesi del nord e del centro Europa dove i riformatori cristiani (non tanto Lutero e Calvino, quanto i movimenti evangelici più radicali, come gli anabattisti, i quaccheri, i mennoniti, i testimoni di Geova) a partire dal XVI secolo svilupparono le attitudini nonviolente e affermarono di dichiarare l’obiezione di coscienza, sono stati i primi paesi ad emanare decreti di esenzione dal servizio militare per questi gruppi. Erano atti di tolleranza e non dei veri e propri riconoscimenti.
Il processo di secolarizzazione in ampi ambiti della società civile europea, a partire, soprattutto dal secolo 18°, portò allo sviluppo di motivazioni non strettamente religiose, ma anche etiche, umanitarie e pacifiste.
A cavallo tra il XIX e il XX secolo si ebbero, nelle giovani democrazie scandinave e in alcuni stati federali degli USA, i primi riconoscimenti dell’obiezione di coscienza.
Democrazia e diritto all’obiezione di coscienza incominciano a percorrere la strada insieme. Il durissimo trauma della 1ª guerra mondiale darà un impulso al riconoscimento dell’obiezione di coscienza specialmente nel Regno Unito - dove l’obiezione è riconosciuta durante la guerra - e nei Paesi Bassi. Nei paesi cattolici l’esenzione dal servizio militare ha riguardato – in quel periodo – i sacerdoti anche se la chiesa si è opposta per un lungo periodo ad una legalizzazione dell’obiezione di coscienza.
Sarà con la catastrofe della 2ª guerra mondiale che la chiesa comincerà a lottare per la pace e la tutela degli obiettori.
Alla fine della guerra e la nascita delle moderne democrazie, l’obiezione di coscienza ha trovato un riconoscimento diffuso spesso condizionato dai movimenti sociali che lottano per ottenere maggiori diritti umani e che rappresentano una risposta alla crescente militarizzazione della società. Va anche detto però che spesso questi riconoscimenti non sono pieni ma mediati da “filtri” particolari in modo da tenere basso il numero degli obiettori.
Alla necessità di un riconoscimento del diritto alla noncollaborazione per lo sviluppo di principi liberali e democratici è dedicata un’ampia letteratura filosofica e di dottrina politica –sviluppata nel corso dei secoli - che non è il caso, ovviamente, di richiamare qui.
Accenno solo al fatto che la reazione ad ordinamenti ingiusti ha animato grande parte della filosofia politica dal tardo medioevo ( i cosiddetti “monarcomachi” della tarda scolastica che per primi elaborarono un diritto alla resistenza alla tirannia del monarca) fino a Locke e alla sua teoria del “diritto di resistenza” secondo la quale era data facoltà ai soggetti all’ordinamento di resistere e rovesciare poteri illegittimi. Vale solo la pena ricordare che il pensiero di Locke e la teoria della sovranità popolare elaborata da Rousseau, esercita un pesante influsso sulle rivoluzioni americana e francese e sull’elaborazione delle rispettive costituzioni e dichiarazioni dei diritti.
Ma per rimanere a tempi più recenti vale la pena citare un autore liberale - John Rawls – che nella sua dottrina parla espressamente di diritto alla disobbedienza civile – laddove i principi di giustizia siano violati e laddove l’operato dei rappresentanti è ingiusto.
Secondo Rawls la disobbedienza civile è un tipo particolare di disobbedienza che prevede che l’atto sia funzionale ad un processo di riforma delle istituzioni sulla base della convinzione che l’atto di disobbedienza possa essere compreso e condiviso da altri. L’atto è quindi politico in quanto vuole essere d’esempio per altri e le azioni e gli obiettivi su cui i disobbedienti si basano, devono essere condivise dalla maggior parte della popolazione. Questa, in sintesi, è la posizione di J. Rawls che fornisce una chiave di interpretazione dei fenomeni di disobbedienza che hanno sconvolto la vita politica degli USA (lotte per i diritti civili delle persone di colore e contro la guerra in Vietnam) negli anni ’60 e ’70.
Per concludere vorrei parlare delle tecniche nonviolente usate nell’abbattimento dei regimi dell’ex mondo comunista dell’est europeo per promuovere istituzioni democratiche.
La lotta degli arancioni in Ucraina o la rivoluzione delle rose in Georgia si è basata su una scelta diversa da quella della guerriglia per abbattere il regime. Nessun tipo di armi, se non quelle dell’intelligenza e dell’azione nonviolenta, e sfida plateale alle dittature. Nel rapporto 2006 di Freedom House sulla libertà nel mondo si può leggere che “l’opposizione nonviolenta, anche di fronte a una dura repressione da parte delle autorità, produce molto più facilmente un risultato democratico.”
Il principio è quello gandhiano del Satyagraha diffuso da Gene Sharp, e ritenuto uno dei massimi ricercatori e studiosi nel campo dell’azione nonviolenta.
Le idee di Sharp si ritrovano dietro tutti i movimenti rivoluzionari nell’ex mondo comunista. Il suo libro From Dictatorship to Democracy è stato tradotto in moltissime lingue soprattuto dell’est Europa ma non in italiano. Il libro centrale dell’opera di Sharp è Politica dell’azione nonviolenta”, diviso in tre tomi, questo sì, tradotto in italiano per le edizioni del gruppo Abele. La teoria di Sharp si basa sulla trasposizione politica dei meccanismi delle arti marziali: non opporsi all’attacco dell’avversario, ma uscire dalla sua linea d’azione, provocandone lo sbilanciamento a opera della sua stessa forza. Si annienta, in questo modo, la capacità dell’avversario di infliggere violenza.
Riguardo alla violenza il principio è quello di ribaltare il motto di Mao Zedong che sosteneva che il “potere è sulla canna del fucile”. Come spiega Saul Alinsky “Bisogna essere politicamente idioti per dire che il potere è sulla canna del fucile quando è l’avversario che possiede tutti i fucili”. Lo stesso Alinski ricorda che il potere non è quello che possiedi realmente, ma quello che i nemici pensano tu abbia”.
Alla base della teoria di Sharp c’è il tentativo di abituare i giovani rivoluzionari a non avere paura. “La nonviolenza di un’azione nonviolenta si basa sul coraggio”. Più sono i coraggiosi, più alte le possibilità che il regime cada. Il meccanismo da cui si parte per scardinare il potere è la noncollaborazione, un principio decisamente gandhiano. Questa mancata collaborazione prevede: il boicottaggio, gli scioperi e le occupazioni nonviolente, il governo parallelo. Sharp la chiama “coercizione nonviolenta”.
L’obiettivo è quello di ottenere una rivoluzione liberale e democratica. Ma l’applicazione delle tecniche nonviolente vuol dire anche creatività nella lotta politica con valanghe di azioni dimostrative già intuite da Capitini che nel suo libro sulle Tecniche descrive in modo dettagliato e che invito a rileggere.
Scritto da Andrea Maori, il 1 Ottobre, 2008 at 22:26