L’audio, le relazioni di Maori e di Sterzi e l’articolo de La Nazione sul convegno “Proibizionismo: scarsi risultati a caro prezzo. La situazione in Umbria. Quali politiche alternative?”
Si è svolto oggi un affollato dibattito sul proibizionismo presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Perugia. Il dibattito, durato due ore, ha assunto un tono seminariale per le numerose domande poste dagli studenti. Grazie a Radio Radicale si può riascoltare il dibattito cliccando qui. Di seguito gli appunti introduttivi di Andrea Maori, moderatore del dibattito, la relazione di Claudia Sterzi e l’articolo de La Nazione (…)
Introduzione di Maori: Sui temi delle tossicodipendenze c’è molto effetto annuncio, in particolare notiamo una presenza di dati diffusi artatamente al fine di diffondere un clima di insicurezza. Mai si parla di narcotraffico e delle soluzioni alternative per debellarlo. Mai si parla della situazione drammatica in cui si trovano le carceri che scoppiano, mai si parla degli effetti sul sistema giudiziario delle attuali leggi proibizioniste e delle vite spezzate grazie alle attuali leggi.
In questo contesto si situa l’Umbria: la Regione si trova da anni al centro di un narcotraffico internazionale. Vorrei ricordare tra le tante operazioni che ci sono state in questi anni dell’operazione “Windshear” durante la quale nel 1998 i Carabinieri del Ros riuscirono ad interrompere il flusso della cocaina – si parlava di 328 chili - che veniva trasportata con aerei da turismi dalla Colombia all’aeroporto di Sant’Egidio di Perugia oppure dell’operazioni che sempre nel 2006 portarono tra Perugia, Roma e Milano alla scoperta di un colossale traffico di cocaina e hashish “a cura della n’drangheta.
Dentro questo contesto si situa il fenomeno tremendo del record negativo tra le regioni italiane - in relazione al numero di abitanti della regione - di morti per overdose da eroina con una crescita notevole negli ultimi anni: 21 decessi nel 2002, 23 nel 2003, 25 nel 2004, 27 nel 2006 e 26 nel 2007
La politica e le politiche sociali di fronte a questa realtà è in difficoltà: un solo esempio: Il programma “Emergenza overdose: intervento integrato per la riduzione della mortalità per overdose nella Regione Umbria” – sicuramente all’avanguardia per le modalità, prevede un finanziamento di soli 100 mila euro.
E, in generale, le politiche di riduzione del danno arrancano.
Intervento di Claudia Sterzi. Vorrei per prima cosa rispondere ad una affermazione del maresciallo Fringuello che ha parlato ora ed ha affermato che ” l’uso di droghe è devastante”, perché è importante che l’informazione sia completa; l’uso di droghe non è devastante, casomai l’abuso e la dipendenza dalle droghe è devastante, non bisogna dimenticare che la parola droghe, in inglese drugs , in inglese ha conservato il significato sia di droga che di farmaco, in italiano si è creata una differenza tra droghe, farmaci, doping, mentre parliamo di fenomeni del tutto simili; secondo l’ Organizzazione Mondiale della Sanità le droghe sono farmaci e i farmaci sono droghe, tutto dipende dalle modalità di assunzione; l’assoluta mancanza di controllo e di analisi delle sostanze assunte, quindi la loro pericolosità, deriva in gran parte dalla loro illegalità e clandestinità.
Cominciamo da alcuni dati: la Polizia di Stato fornisce, attraverso il suo sito, le cifre della sua attività nel primo semestre 2008; in questo periodo sono state segnalate dai servizi antidroga all’ autorità giudiziaria, in Umbria, 412 persone, il 2,29 % del dato nazionale; nello stesso periodo infatti in Italia sono state segnalate circa 18.000 persone ( più di un quarto per eroina, che insieme a cocaina e hashish costituiscono la maggior parte delle sostanze sequestrate ), che vanno ad aggiungersi ai nove milioni di processi penali pendenti in Italia , con termine medio di attesa di sei anni superiore a tutti i parametri non solo europei, che vanno ad aggiungersi ai detenuti ospitati in carceri che non li possono contenere, di nuovo, in condizioni contrarie ad ogni diritto umano alla decenza. Lo dico perché l’ho visto con i miei occhi nel corso delle visite che come radicali abbiamo sempre fatto nelle carceri italiane, sono condizioni igieniche e di vita che non possono rieducare nessuno e in più della metà dei casi si applicano a detenuti in attesa di giudizio, quindi potenzialmente innocenti.
Il 27,6 % dei detenuti sono tossicodipendenti, il 2,5% sono alcooldipendenti, il 4,5% sono in trattamento metadonico, per un totale di 16.789 (34,6% del totale) persone malate rinchiuse in istituti di pena, e veramente di pena si tratta, in questo caso, come se essere tossicodipendenti non fosse già una pena di per sé.
Se si rilegge l’articolo 27 della Costituzione: “…Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato…” si può già concludere che tenere un tossicodipendente in carcere, nelle carceri italiane, è già di per sé contrario a qualunque senso di umanità; il tossicodipendente, colui che è dipendente e abusa di sostanze stupefacenti, è un malato e con umanità deve essere curato.
Magari riammodernando il termine di tossicodipendente, distinguendo tra uso e abuso, sforzandosi di uscire da un’ ottica proibitiva e punitiva, oltre la quale c’è solo la pena di morte, quell’ottica che portò nei secoli la società a dotarsi di prigioni sorvegliate e segregate; bisogna insistere sul rispetto della legge costituzionale, continuare in un processo culturale di innovazione e modernizzazione. La giustizia italiana è una giustizia perennemente in ritardo, in tutto, nei processi, nell’organizzazione, nelle notifiche, nell’aggiornamento anche tecnologico.
Parlando poi dell’aspetto economico, nel sito dell’ Osservatorio sulle droghe per l’anno 2006, troviamo una stima in termini economici, che calcola il costo della permanenza in carcere dei tossicodipendenti, escludendo il costo di terapie specifiche o da patologie correlate. La strategia proibizionista sul fenomeno dell’uso e abuso di sostanze psicotrope costa allo Stato, quindi a noi cittadini, circa un miliardo di euro l’anno.
Secondo la relazione annuale 2006 sulle droghe del Governo, riportato sempre dall’Osservatorio sulle droghe, 1,8 miliardi di Euro sarebbero le spese per l’apparato giudiziario e di polizia impegnato nell’azione di contrasto. E siamo a 2,8 miliardi di euro.
2,8 miliardi di euro spesi per combattere in termini proibizionisti e punitivi un fenomeno sociale; gioverà ricordare che il termine proibizionismo fu coniato in relazione a un particolare periodo della storia statunitense in cui era legalmente proibito produrre, importare, esportare e vendere bevande alcoliche. La strategia proibizionista durò dal 1919 al 1933 e fu totalmente fallimentare, oltre ad alimentare la malavita organizzata ( 500.000 nuovi criminali ) che visse in quei 14 anni un periodo di espansione e splendore.
Spesso gli effetti secondari, che in sociologia vengono definiti effetti perversi, delle decisioni legislative vengono trascurati; nel caso del proibizionismo come mezzo di controllo per i fenomeni sociali, questa trascuratezza è evidente. Gli effetti perversi, in termini di costi sia sociali che economici, superano di gran lunga i benefici.
Questa la realtà nostra. Sul sito dell’osservatorio europeo sulle droghe e sulla tossicodipendenza sono riportate le stime del consumo in Europa; si parla di stime in quanto trattandosi di un fenomeno clandestino e illegale non si può contare con certezza; per esempio i consumatori europei di cocaina sono stimati in 12 milioni, quindi un numero enorme che non si può continuare ad affrontare con le stesse strategie che ne hanno consentito l’aumento, si dovrà cominciare a sperimentare strategie alternative.
Dopo questi dati, cerchiamo di tracciare uno spazio storico dove situare i fenomeni sociali che stiamo prendendo in considerazione.
La prima notizia scritta sul papavero da oppio compare su tavole sumeriche del III° millennio a.C. A Ippocrate, medico greco del V° secolo a.C. considerato uno dei padri della medicina occidentale, si deve la parola latina “opium”, traslato dal greco οπός μεκονος, succo di papavero. L’ uso di questa pianta è apparso fin dall’inizio terapeutico, per le sue grandi proprietà analgesiche, né ci dobbiamo dimenticare che tutti i farmaci antidolorifici traggono le loro origini dallo studio di piante come il papavero, la coca, la canapa; poter controllare il dolore è sempre apparso legittimamente agli uomini come uno scopo per il quale valeva la pena ricercare e studiare. Non possiamo neanche immaginare cosa fosse la medicina prima che le proprietà dell’oppio venissero studiate e applicate, le sofferenze, i dolori che non potevano essere leniti, le operazioni senza anestesia; prima di dire che l’uso delle droghe è devastante si deve considerare quanto giovamento queste piante hanno portato all’umanità e quanto se usate nelle maniere giuste possano non essere devastanti, ma al contrario, benefiche.
Nel corso della storia umana le droghe hanno subito alterne fortune: proibite o ammesse, esaltate o demonizzate, sfruttate e raffinate da un’industria sempre più mirata. Così nel 1640 in Cina l’ultimo imperatore della dinastia Ming decretò la pena di morte per chi trafficasse o consumasse tabacco; la proibizione fece sì che si cominciasse a fumare oppio, fino ad allora consumato prevalentemente per via orale. Mentre i successivi imperatori manciù proibivano dapprima il commercio dell’oppio con gli europei e nel 1793 anche la coltivazione, lo stesso oppio, come principale ingrediente del laudano, entrava a far parte dell’armadietto dei medicinali di famiglia in tutta Europa dove rimarrà per due secoli, senza che la disponibilità generasse legioni di tossicodipendenti. Certo anche allora c’era qualche fenomeno di abuso, la dipendenza è una tendenza umana che si può manifestare in mille modi, ma la disponibilità non genera un aumento dei fenomeni di abuso, cosa che accade invece invariabilmente quando un l’uso di una sostanza viene vietato e punito.
Già allora i flussi di mercato e di denaro legati al consumo di droghe producevano guerre e conflitti sociali; nel 1729, quando viene decretato lo strangolamento per i contrabbandieri di oppio e i proprietari delle fumerie, il traffico clandestino di oppio dalla Cina all’Europa consiste in circa una tonnellata e mezzo. Una escalation di proibizionismo porterà nel secolo seguente questa cifra fino a 5000 tonnellate.
A fronte delle indubbie capacità medicinali di alcune piante, le loro potenzialità di provocare assuefazione, intossicazione e dipendenza le hanno rese e le rendono strumenti e giustificazione di guerre commerciali, spietati business, vere e proprie guerre civili.
Norbert Elias nel suo saggio di sociologia della conoscenza, “Coinvolgimento e distacco”, ci spiega come l’eccessiva emotività impedisca di vedere le cose con il distacco necessario per una valutazione e azione incisiva; il livello di autocontrollo, dice, va di pari passo con il livello di controllo del processo. I due livelli sono interdipendenti e complementari. Una reazione emotiva intensa diminuisce la possibilità di giudicare realisticamente il processo critico e quindi di reagire in modo realistico e efficace.
Di fronte ad un fenomeno che coinvolge emotivamente tante persone ( pensiamo ai consumatori, agli indagati, alle famiglie degli indagati, agli avvocati, alle mafie produttrici, agli spacciatori e alle loro famiglie) è molto facile cadere in atteggiamenti integralisti e polarizzati: da una parte il drogato come il male assoluto, come spazzatura marcia della società, dall’altra la facile mitizzazione dei comportamenti illeciti e della insubordinazione all’ordine costituito.
L’ottica antiproibizionista esce da questi opposti e propone una strategia di legalità e di intelligenza del fenomeno che scoraggi l’abuso attraverso l’informazione senza demonizzare e senza mitizzare alcuno e alcunchè.
Non si tratta di difendere un fantomatico diritto a drogarsi; drogarsi non è un diritto, è una facoltà umana; si tratta di garantire che il soddisfacimento di questa facoltà non rechi conseguenze drammatiche.
Il Professor Fredrick Polak, psichiatra e psicoanalista olandese, membro della Fondazione per le politiche olandesi sulle droghe e consulente del dipartimento droghe città di Amsterdam, ha avvicinato di recente Antonio Costa, direttore esecutivo dell’ufficio ONU su droghe e crimine, per porgli questa semplice domanda: “In Olanda la cannabis è disponibile per tutti coloro che vogliano farne uso, sempre se maggiorenni. Non ci sono restrizioni sull’uso di cannabis e sul possesso di piccole quantità, ma il livello di consumo di cannabis dei giovani olandesi è più basso che negli altri paesi vicini. Come si spiega questo dato in netto contrasto con le teorie proibizioniste?” Attendiamo ancora, insieme a lui, una risposta dal dottor Costa.
L’Olanda è all’avanguardia anche nell’uso dei derivati della canapa come medicinale; è il Ministero della sanità olandese che si fa carico della coltivazione, produzione e distribuzione del Bedrocan, farmaco indicato per contrastare i sintomi di svariate malattie gravi come la sclerosi multipla o gli effetti collaterali delle chemioterapie.
Del resto recenti studi hanno messo a fuoco le doti antitumorali e neuroprotettive, ipotizzando non solo la funzione terapeutica nelle malattie degenerative del sistema nervoso, ma anche una funzione preventiva e di profilassi.
Se non bastassero, in tema di efficacia delle strategie proibizioniste, gli esempi del proibizionismo americano sull’alcool, quello del consumo di cannabis in Olanda e quello del contrabbando di oppio in Cina, vorrei portare altri due esempi:
in America, nel 1956, quando venne emanato il Narcotics Control Act, che inaspriva in senso proibizionista le leggi vigenti, il numero di americani in carcere per motivi legati al consumo di eroina è di circa 1000; nel ‘60, dopo 4 anni, questo numero è decuplicato.
Un altro esempio lo troviamo trattando di tutto un altro argomento, del quale mi sono occupata per la mia tesi in sociologia dei processi culturali, sulle mutilazioni genitali femminili e su come la nostra società occidentale ha reagito all’arrivo delle donne immigrate coinvolte in questa pratica. In Sudan, nel 1946, vennero proibite severamente per legge le mgf, che venivano tradizionalmente effettuate su gran parte delle bambine sudanesi; il risultato ottenuto fu l’abbassamento repentino dell’età media della mutilazione, perché tutti i genitori si affrettarono ad operare le bambine prima che le legge entrasse in effettivo vigore.
Sulla osservazione della dottoressa Cicoletti, sull’ aspetto economico, certo parliamo di cifre enormi; infatti è molto più semplice trattare con i proibizionisti in buona fede, con i quali è comunque possibile trovare punti di incontro e mediazione; i problemi sorgono con i proibizionisti in mala fede, cioè coloro che dal proibizionismo traggono grandi guadagni. Intorno al traffico di sostanze stupefacenti, collegato al traffico di armi e di persone, girano interessi in stretta connessione con la politica internazionale; basta pensare al traffico di oppio talebano che finanzia il terrorismo. Legalizzando, secondo me, droghe e prostituzione, si dà, sì, un colpo formidabile alla mafia, ma anche si cambia la politica internazionale.
Grazie a tutti Claudia Sterzi
RADICALI - CONVEGNO A SCIENZE POLITICHE SULL’ANTIPROIBIZIONISMO
Da La Nazione. Primo Piano - sabato 18 ottobre 2008, pag. 8
Droghe, la regione è una “piazza facile”
- Perugia - “A 14-15 anni hanno già fatto tutti almeno un’esperienza”. L’approccio con le ‘droghe leggere’ comincia in Umbria sempre più presto. La testimonianza, raccolta dagli incontri nelle scuole è di Simonetta Bruschini, referente regionale per la Confederazione nazionale dei centri di accoglienza. Insieme al maresciallo superiore dei Carabinieri Mario Finguello e Michele Rana, del Siap, ha partecipato ieri al dibattito aperto a Scienze politiche dall’associazione perugina Radicali antiproibizionisti. “Proibizionismo: scarsi risultati a caro prezzo. Quali politiche alternative?” E’ nel mercato illegale che si trova il nodo del problema droga in Umbra, per i relatori. “La repressione è fondamentale - ha dichiarato la Bruschini - e contro il grosso del traffico si è fatto tanto. Ma rimane il fatto che è facilissimo acquistare sulla piazza perugina, la più conveniente e con sostanze superiori rispetto alle regioni confinanti. Qui arrivano i disperati e allora cresce il potere dell’offerta.” “Ma con le pene più alte non si migliora - ha detto Rana - perché i costi si scaricano sui consumatori.” “Piuttosto la Regione dovrebbe aumentare i fondi per la riduzione del danno e l’informazione - ha proposto Andrea Maori, dell’associazione antiproibizionista - per ora fermi a soli 100.000 euro”. “I tossicodipendentinon devono essere carcerati, ma trattati come malati” ha aggiunto la segretaria Claudia Sterzi. Dall’incontro molte le domande “per riflettere sui tentacoli del narcotraffico, piuttosto che reprimere chi è già in difficoltà”. M.G
















Di questo articolo si è parlato durante il dibattito
Da l’Espresso del 21 febbraio 2008
Perugia è cosca nostra
di Marco Lillo
Imprese di costruzione. Ma anche estorsioni e traffico di droga. Così la camorra e la ‘ndrangheta hanno esportato i metodi criminali in Umbria
C’è un ristoratore minacciato da un poco raccomandabile ‘Carminiello’ di Gioia Tauro. Non sa come respingere l’assedio ma non vuole pagare. Invece di chiedere aiuto ai carabinieri si rivolge a un amico legato al clan campano dei casalesi. Se ne pentirà. Il calabrese sparisce ma i suoi nuovi protettori diventano in breve tempo i peggiori aguzzini. Al ristorante si comportano come padroni e chiedono anche il compenso per la protezione: 300 euro al mese. Lui non ce la fa e a un certo punto sbotta al telefono: “Vi ho fatto mangiare gratis a te e ai tuoi amici, ora basta, quello che è stato è stato, ma da questo momento tutte le volte che si viene al ristorante io devo incassare!”. A quel punto l’amico tira giù la maschera: “Ste’ allora non hai capito. Io vengo stasera e tu mi dai i trecento euro. Anche quell’altro non c’aveva i soldi e gli ho fatto fare le cambiali, a me non me ne fotte proprio. Ci vediamo dopo Ste’. Stasera le fai pure tu le cambiali”.
Il ristoratore abbozza una replica: “Vieni, vieni che ti faccio trovare i carabinieri e ti arrestano”, ma non tiene fede alla promessa. I carabinieri che ascoltano in diretta scrivono nel loro rapporto: “Il ristoratore non ha formalizzato alcuna denuncia e, sentito dal pm, ha persino negato la conoscenza del Costanzo”. Storie come questa non sono rare in Calabria o in Campania. Il fatto è che il ristorante in questione si trova a Ponte San Giovanni, frazione di Perugia. Strangozzi al tartufo e pizzo alla calabrese è un menù sempre più diffuso sulle tavole umbre. L’indagine Naos del Ros dei carabinieri ribalta tutti i luoghi comuni sulla regione più tranquilla, verde, serena e mistica d’Italia. Il cuore verde sta diventando un cuore di tenebra.
L’inchiesta condotta dal pm Antonella Duchini ha portato a 57 arresti e si è guadagnata le prime pagine dei giornali per la reclusione dell’assessore calabrese Udeur Pasquale Tripodi e per i mega progetti delle cosche sull’energia e sul turismo nella loro terra natia. Ma a inquietare è lo scenario di una criminalità che replica il modello nel centro Italia senza trovare opposizione nella società.
Una parte dell’imprenditoria umbra accetta l’abbraccio dei clan e quando scopre di essere finita in una tenaglia mortale è troppo tardi. L’ordinanza di arresto racconta la storia di un imprenditore perugino che comincia a usare i campani e i calabresi per i subappalti. Perché hanno liquidità e convengono. Magari non rispettano le leggi, usano poco ferro, ma costano poco e i lavoratori non si lamentano. Li accetta persino come soci per costruire un lotto del grande villaggio che sta realizzando in Sardegna. Salvo scoprire che con i clan non si tratta: o tutto o niente. Vogliono fare l’intero villaggio e quando rifiuta di allargare la joint venture gli bruciano la sua Mercedes e quella della fidanzata. “Lo so perfettamente chi è stato”, dice terrorizzato a un amico, “è quel carpentiere che si spaccia per mio socio. Come te lo devo dire che mi stanno facendo un’estorsione in tutti i modi. M’hanno bruciato le macchine, mi stanno a mettere le capocce dei pollastri dentro alla cassetta, mi stanno a mettere la benzina sui davanzali dei capannoni. Sono 20 giorni che sono chiuso in casa a pigliarmi le gocce e le pasticche. Non so come uscirne, me stanno opprimendo e la polizia non fa un cazzo. Hai capito? Vogliono che faccio le denunce, ma io le denunce non le faccio per ‘chiappare una revolverata”.
Il fenomeno è impressionante ma, per gli addetti ai lavori, non è nuovo. L’operazione Naos è solo l’ultima di una lunga serie. Il Ros ha arrestato negli ultimi nove anni qualcosa come 400 persone coinvolte in traffici di droga che transitavano su Perugia. La prima grande operazione, denominata Windshear, illustra bene perché la ‘ndrangheta preferisce Perugia a Locri per i traffici di cocaina tra le due sponde dell’oceano. I calabresi allora avevano avuto l’idea geniale di creare un’offerta di pacchetti turistici con decollo da Perugia e atterraggio direttamente ai Caraibi. Una volta sbarcati i villeggianti umbri, felici per i prezzi davvero scontati, il pilota proseguiva per Barranquilla o Medellin e tornava con quintali di cocaina nella pancia dell’aereo. All’aeroporto di Perugia i controlli erano blandi e in Umbria era anche più facile riciclare i proventi in investimenti immobiliari.
(21 febbraio 2008)
I calabresi fanno affari con la polvere bianca, ma non disdegnano quella grigia: il cemento. Negli anni magici della ricostruzione dopo il terremoto c’era bisogno di ruspe e betoniere e i calabresi si sono lanciati sui subappalti in un’alleanza anomala con i casalesi che perdura ancora oggi. L’operazione Naos ha coinvolto cinque imprese di costruzione e al vertice dell’organizzazione troviamo Giuseppe Benincasa, detto Pino il calabrese, un imprenditore edile nato nel crotonese, ma emigrato a Perugia nel 1972, e Ciro Zampella, legato per il tramite degli Iovine ai casalesi. Chi traffica in cocaina alla sera spesso firma contratti di appalto al mattino. Come dimostra l’uccisione nel 2004 di un muratore calabrese freddato nel suo appartamento di Perugia perché non aveva saldato il conto di una partita di droga.
In questo magma, che mescola etnie e ambienti come accade tra i giovani gaudenti della Perugia by night, non ci sono confini né monopoli criminali. L’Umbria è terra di nessuno e quindi di tutti. Campani e calabresi gestiscono i traffici più importanti, ma c’è spazio anche per gli stranieri. Le partite di cocaina intercettate dal Ros seguono questo viaggio multiculturale: i nigeriani la portano in Umbria. I campani e i calabresi la distribuiscono all’ingrosso, con grande guadagno e minimo sforzo. Mentre gli albanesi si occupano dello spaccio in strada davanti ai locali più frequentati dai giovani come il Gradisca, il Red Zone, il Lido Tevere e il Country.
L’Umbria da tempo non è più solo una base logistica delle rotte del narcotraffico, ma anche un mercato fiorente. I giovani della borghesia perugina consumano molta cocaina e anche gli studenti universitari spesso non si tirano indietro di fronte a una pista bianca, ai prezzi popolari che ha raggiunto oggi la neve. Così anche i colombiani si sono lanciati sul mercato e nel 2005 il Ros ha arrestato ben 51 persone che facevano capo al cartello del Nord della Valle. Il clan Montoya gestiva il traffico in proprio dal produttore al consumatore.
Anche i calabresi arrestati la scorsa settimana talvolta si rifornivano da soli a Milano. Erano le donne del clan a partire da Perugia per caricare ogni volta un panetto da due chili. Usavano automobili noleggiate da un’agenzia amica, anche perché quelle dei boss di Perugia non passano certo inosservate: si va dalla Jaguar alla Ferrari cabrio gialla fino alla più banale Porsche Cayenne.
Pino il calabrese e i suoi amici però erano molto ambiziosi. Puntavano a espandere le loro attività dai settori tradizionali a quelli più innovativi: turismo, energia e chimica. Con grande sorpresa i carabinieri hanno seguito la trattativa con la padrona di uno dei ristoranti più famosi di Milano che voleva vendere ai calabresi la sua fabbrica di plastica. La trattativa era avanzata e i nuovi entranti stavano per aprire una sede a Perugia quando i boss hanno scoperto che la società stava fallendo e hanno rispedito l’offerta al mittente.
Pino il calabrese guardava al Nord, ma non perdeva di vista la sua terra. A Brancaleone voleva realizzare un grande centro commerciale da 18 mila metri cubi con uno dei maggiori gruppi del Mezzogiorno: la Sisa. Aveva già fatto il preliminare per comprare ettari di terreno sul quale voleva costruire un centro residenziale sulla costa dei Gelsomini. Voleva riaprire la più antica centrale idroelettrica calabrese a Bivongi e farne una nuova. Per le autorizzazioni non c’era problema, ci pensava l’amico assessore dell’Udeur: “Pasquale Tripodi di Bova: l’altra sera abbiamo mangiato con lui. È lui che firmerà le concessioni delle centrali idroelettriche, i fondi perduti per lo sviluppo del turismo per la Costa dei Gelsomini”.
Però alla fine la Calabria lo delude. La centrale dovrebbe sorgere al confine con la zona di influenza di un’altra cosca rivale. I summit si susseguono ma non si trova l’accordo. Gli ‘ndranghetisti scesi dal Nord sono delusi dai loro cugini locali: “Troppa rozzitudine, lo vedi perché non si fa mai nulla in Calabria. Questi preferiscono fare i sequestri che gli affari. Non meritano la ricchezza”, dice il boss sconsolato. Meglio tornare in Umbria dove l’attende il progetto di un residence e di un campeggio da costruire sulla collina più bella di Norcia. La proprietaria del terreno chiede 600 mila euro, ma i boss sono tranquilli: “Quella è matta. Non ti preoccupare però, lei sa chi siamo noi. Non venderà a nessun altro”.
(21 febbraio 2008)
Scritto da Antonio Di Bartolomeo, il 20 Ottobre, 2008 at 17:03